La ricetta della pasta frolla: light, vegan o multiuso, scegli la tua preferita

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Lo scorso mese, un po' per gioco, un po' per caso, abbiamo inaugurato una nuova rubrica a sfondo culinario #fattoèmegliocheprodotto, in cui raccogliamo ricette sempre collaudate e adatte a tutta la famiglia, quindi, sane, facili e buone. Ti diamo qualche consiglio per la preparazione e qualche idea per personalizzarla, poi tocca a te, facci vedere i risultati e dicci che ne pensi. 

Iniziamo da un classico, la pasta frolla. Come ti dicevo, a casa mia non può mancare il dolce della colazione o uno spuntino per la merenda.
La cosa più veloce da fare, anche all'ultimo minuto (la puoi anche congelare e tenerne una dose pronta in freezer), è la pasta frolla, la base per crostate e biscotti da tenere sempre pronti, anche da offrire per una merenda o da portare ad una festa.
Non ci sono più biscotti? Ci vuole di meno a farli che andarli a comprare. Non ti sto a dire che, senza dubbio, sono anche più buoni e più sani, no? E poi, dai, finché Banderas ci voleva insegnare a tirare di scherma o a galoppare nella notte in sella a Tornado, va bene, pure Catherine Zeta-Jones ci abboccava. Ma no, a impastare nel Mulino con la gallina Rosita no. Antonio dai, togli il grembiule, i biscotti ce li facciamo da sole, tu striglia il cavallo va, che tra una mezz'ora ce ne andiamo a spasso. 


Allora, intanto che Antonio si da una ripulita, ti propongo non una, che ce fai, non due, so' boni tutti, bensì tre diverse ricette per la pasta frolla: una ricetta più tradizionale, una salutista e una via di mezzo. Scegli tu quella che preferisci.

Ecco la prima, quello più tradizionale, ereditata da mia nonna e che, quindi, chiameremo la frolla di Nonna Maria. Mia nonna è famosa ad ogni latitudine per l'alcool. Non che sia un'avvinazzata, almeno non nel senso patologico del termine, ma beve senza battere ciglio, il suo limoncello potrebbe mandare in coma etilico pure un alpino e, quindi, appena ne ha l'occasione infila qualche bicchierino in ogni cosa che cucina. Devo ammettere, però, a onor del vero, che una volta sfornata, la pasta frolla di Nonna Maria non ha alcun sentore di alcool, semmai, un gradevolissimo aroma di arancia.
E' la mia preferita. Sarà che mi ricorda i sapori dell'infanzia, sarà che è croccante e fragrante come piace a me, ma per me non si batte.  

LA FROLLA DI NONNA MARIA
---> La regola del 3 (parti di farina), 1 (parte di zucchero), 1 (parte di burro)

Ingredienti: 
300 g di farina
100 g di zucchero
100 g di burro (mia nonna in realtà usa la margarina vegetale)
1 uovo
la scorza grattugiata di un limone
un pizzico di sale
un bicchierino di liquore (Cointreau o Grand Marnier)
un pizzico di lievito per dolci (facoltativo)

Mia nonna la impasta a mano, formando una fontana con la farina e disponendo al centro il burro con lo zucchero e lavorando tutto con una forchetta. Poi aggiunge il sale e la scorza di limone, poi il liquore ed in infine l'uovo, aggiungendo mano a mano la farina che prende.
Naturalmente possiamo anche utilizzare il Bimby (vel. 5 per 20 secondi circa), la planetaria o qualsiasi altro attrezzo che ci voglia semplificare la vita velocizzando i tempi.
Si può utilizzare senza lievito per le crostate, mentre per i biscotti un un pochino ci sta bene. 
E' una frolla croccante e profumata. Collaudata in tanti anni e sperimentata con tante varianti è una versione leggera della classica pasta frolla. Possiamo aumentare leggermente il burro (180 g), diminuire un po' lo zucchero (80 g) e aggiungere un tuorlo, il risultato è leggermente meno croccante e più friabile. Io con metà impasto ci ho fatto belle barchette con la marmellata, con l'altra metà, aggiungendo un cucchiaio di gocce di cioccolato, dei chocolate chips cookies (cioè dei semplicissimi biscotti con le gocciole di cioccolato, ma fa più figo così, che ci vuoi fare).




La seconda è la frolla di Marco Bianchi, quindi rigorosamente vegetale e salutista, ma è così buona che non ci stai nemmeno a pensare! Tra tutte le versioni vegane della pasta frolla che ho sperimentato questa è senza dubbio la migliore. Troppo morbide, gommose, oppure farinose, o anche insapori. Questa no, la frolla di Marco Bianchi è buona, con un sapore rustico ed intenso, della consistenza perfetta per reggere il peso della marmellata se si utilizza come fondo per la crostata.

LA FROLLA DI MARCO
---> Farina integrale, acqua e olio

Ingredienti:
250 g di farina integrale (oppure 130 g di farina integrale + 120 g di farina di farro)
75 g di zucchero di canna
60 g di acqua 
60 g di olio di semi
1 cucchiaino di lievito per dolci

Sciogliere lo lo zucchero nell’acqua, aggiungere l’olio, la farina precedentemente miscelata al lievito, la scorza di limone. Impastare bene il tutto fino ad ottenere un impasto liscio e compatto. Lasciare riposare in frigorifero per circa un’ora.



La terza versione è una via di mezzo ed è presa dal libro W la Pappa di Paola Negri. In realtà è una pasta neutra che, se dolcificata, può essere usata per crostate e biscotti, mentre, con un pizzico di sale, è una base eccellente per torte salate. 
Rimane piuttosto morbida e friabile, la consistenza perfetta per quel rognoso di mio figlio che per i dolci ha dei gusti veramente impossibili!

LA FROLLA DI PAOLA
---> La pasta milleusi allo yogurt

Ingredienti:
250 g di farina
1 cucchiaino di bicarbonato
1/2 bicchiere di olio (io uso olio di semi o di riso)
1/2 bicchiere di yogurt
un pizzico di sale

Impastare tutti gli ingredienti fino ad ottenere una pasta morbida ed elastica. Sono sufficienti pochi minuti. Stendere e farcire a piacere.
Io ad esempio ho realizzato dei biscottini semplici, con lo stampo a gattino e intingendo le code nel cioccolato, oppure con la forma di girella aggiungendo un cucchiaino di cacao amaro a metà dell'impasto. Ah, ho spennellato la superficie con un po' di latte prima di infornare, così non secca troppo.



Tempi di cottura: 30 minuti a 175° per la crostata, 12-15 minuti per i biscotti (io uso la funzione pasticceria, cioè termoventilato, ma va bene anche statico).

Adesso basta chiacchierare però perché Antonio mi ha fatto un fischio che è pronto. Acqua in bocca con Catherine.

Sbirciatina della prossima ricetta #fattoèmegliocheperfetto, li riconosci? Il primo che indovina vince un applauso di gruppo!




Apologia della qualità scritta da una peciona: non è mai troppo presto, né troppo tardi, per abituarci al bello

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L’avresti mai detto che Le Pecionate potessero fare un’apologia della qualità?
Beh, come diceva Claudia Porta la scorsa settimana nella sua intervista da Peciona VIP, non bisogna aver paura di essere incoerenti, così, ho deciso di raccontarti alcune riflessioni sulla qualità e l’importanza di educare alla bellezza.

Da dove mi spunta questa vena filosofica? Pochi giorni fa mi è capitato di leggere un bell’articolo di Andrea Coccia su Linkiesta dedicato ai libri per bambini e ragazzi che, udite, udite, è il segmento per l’editoria che in Italia funziona meglio. Ta-da-da-dah, ma che veramente? Ebbene sì, proprio, in Italia, dove su 60 milioni di abitanti, solo 8 sono bambini.
Un miracolo? No. E’ il frutto dell’alta qualità, della libertà di sperimentare e della bassa incidenza del marketing nelle scelte editoriali.

Zog, illustrazioni di Axel Scheffer

Il gatto stregato, illustrazioni di Massimiliano Frezzato
In altre parole, i libri per bambini sono fatti meglio, le parole, ma, soprattutto, le immagini, le illustrazioni, i disegni ed il formato, sono il frutto di una maggiore attenzione verso il lettore.
Il lettore, cioè il bambino che, tuttavia, non coincide quasi mai con l'acquirente, il genitore.

Il segmento dell'editoria che ha funzionato meglio è stato quello dedicato all'infanzia e all'adolescenza, soprattutto nel settore degli illustrati, con una proliferazione di piccola case editrici indipendenti di altissima qualità.
Quindi, i libri per bambini che vendono di più sono quelli che hanno conquistato i cuori degli adulti. Adulti che, peraltro, non leggono più.
Quindi, cosa capisco io? Che la propensione alla lettura è fortemente condizionata dall’ambiente familiare. O sboccia la passione oppure leggere rimane legato ad un obbligo scolastico o ad un evento sporadico.
Sono andata a cercare conferma nel rapporto Istat sulla produzione e la lettura dei libri in Italia e lo sai che cosa ho trovato? Leggono libri il 66,9% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 32,7% di quelli con genitori che non leggono libri.
Aspetta però che adesso arriva la bomba, pronto? Una famiglia su dieci non ha libri in casa. Scioccato? Io sì, stramazzata proprio.

Ho pensato alla libreria di mia mamma. Il teatro di Eduardo e quello Tennesse Williams, Shakespeare e Lovecraft, Pearl Buck ed Emily Bronte, Simone de Beauvoir e Sylvia Plath, dizionari, atlanti, libri di arte e fotografia, guide di paesi più o meno lontani.
Ecco, seduta per terra in mezzo alla stanza, mi sentivo al centro del mondo.
L’educazione non può limitarsi alle buone maniere, ma deve necessariamente riguardare anche la bellezza. Soprattutto, penso che i genitori non dovrebbero mai commettere l’errore di ritenere i propri figli troppo piccoli per essere educati alla bellezza.
Una passeggiata in mezzo alla natura, la lettura di un albo illustrato, uno spettacolo teatrale o una mostra.

“No, ma dopo due passi mio figlio è già stanco e non vuole più camminare.”
“A mio figlio non piacciono i libri, si stufa.”
“Il teatro è noioso.”
“Ad una mostra? Ma è piccolo! Che vuoi che capisca della storia?”

Quanti adulti ci sono che amano camminare? Quanti adulti leggono i libri (questa però è facile, te l’ho detta prima!), Quanti adulti vanno a teatro d’abitudine? Quanti adulti frequentano mostre e musei?
Pochi. Non lo fanno loro e non lo fanno fare nemmeno ai loro figli, se non in occasioni saltuarie, ma senza coltivare una vera e propria abitudine.
Io naturalmente non sono da meno, nonostante ami caminare, sia una divoratrice seriale di libri e ami appassionatamente il teatro. Purtroppo, non riesco a farne una costante abitudine nella mia vita ed in quella mia famiglia.  

Tra i buoni propositi per l’anno nuovo, che non ho fatto nemmeno in tempo a scrivere, avevo in mente (a fianco ti dico quante volte ci sono veramente riuscita): 
- passare più tempo all’aria aperta a contatto con la natura, per una passeggiata, un’escursione o un giro in bicicletta ---> 0;
- andare in biblioteca, almeno una volta a settimana, con i bambini ---> 0;
- visitare una mostra o un museo almeno una volta al mese --->0;
 andare a teatro almeno una volta al mese ---> 2. Applauso!!!

A Natale abbiamo regalato a Diego un abbonamento a teatro. Avevo preparato anche un bel video con scene degli spettacoli che avremo visto nel corso dell’anno, la musica e i motivi per cui ritenevamo sarebbe stata un’esperienza davvero magica. Che genitori modello, eh?
Manco per niente, perché, alla fine, non gliel’abbiamo dato l’abbonamento e non gli abbiamo nemmeno fatto vedere il video. La verità è che ho avuto paura che il confronto non reggesse, sì, insomma, in mezzo a tutti quei regali, i giocattoli, i libri, un pezzo di carta che poteva dirgli?
In quella overdose di eccitazione il suo valore sarebbe passato sicuramente in secondo piano.
Così ho deciso di archiviare tutto e di passare direttamente alla fase due, cioè, andare a teatro.

Passeggiando verso il Teatro Argentina (Ponte Sisto)
Primo spettacolo. Sabato pomeriggio, in un palco platea tutto per noi, le luci soffuse, la moquette rossa, i lampadari dorati e l’abbraccio del Teatro Argentina. Un’ora, quattro attori, una scenografia. La storia di un grande scienziato che, ormai vecchi, si rifiuta di parlare e di rivelare “il segreto di tutte le cose”. Due amici che sono chiamati ad aiutarlo, magari ricordando con lui i momenti dell’infanzia, ma tutto sembra inutile. Fino a quando anche loro smettono i panni degli adulti e riscoprono il gioco e l’immaginazione, la curiosità, i sentimenti puliti. Insieme, riescono ad aprire i cassetti della memoria e a svelare il segreto che il vecchio scienziato aveva custodito nel suo cuore come un peso opprimente e che ora, libero di volare via, può finalmente lasciarlo respirare a pieni polmoni.
Un silenzio surreale, la delicatezza palpabile come un brivido sulla pelle, applausi convinti ed emozionati da parte di adulti e bambini, anche piccolissimi, come Giulia, a bocca aperta dall’inizio alla fine. Lei, che non la smette di rugnare neanche se le metto una no stop di Masha e Orso.
La magia del teatro. Più di una favola scritta tra le pagine di un libro, più di un film alla televisione, la storia raccontata durante uno spettacolo teatrale ci coinvolge con tutti i sensi grazie agli attori sul palco, che sono lì per davvero, proprio in quel momento e soltanto per noi. E’ la loro presenza che ci appassiona, creando la magia del teatro, perché ogni parola avrà un’inflessione della voce diversa, ogni gesto non sarà mai identico, così ogni spettacolo sarà sempre unico e irripetibile.


Ero a teatro con un bambino di cinque anni e mezzo e una bambina di quasi due anni. Entrambi sono rimasti affascinati durante lo spettacolo con espressioni di meraviglia, stupore, divertimento, paura. Sicuramente avranno avuto percezioni diverse, non fosse altro perché la piccola nelle scene di buio e improvvisi rumori forti rideva come una matta mentre il grande mi si appallottolava sulla spalla come un gatto che scappa da un secchio d’acqua.

Abbiamo poi assistito ad un altro spettacolo la settimana successiva. I bambini potevano sedere tutti insieme nelle prime file. Gli attori hanno fatto di tutto per coinvolgere i bambini, rivolgendosi al pubblico, chiamando alcuni sul palco, utilizzando parole molto semplici e strappa-risata. Risultato? Una grandissima confusione. Schiamazzi, bambini in giro per il teatro e urlanti, scene interrotte e nessuna magia. Diego rideva come un matto. 
Quando siamo usciti gli ho chiesto: “Diego, quale spettacolo ti è piaciuto di più? Questo, o quello dell’altra volta?” Pensavo che ci poteva stare che mi rispondeva questo, lo spettacolo caciarone e divertente, in fondo a cinque anni, dai!. Invece, sai che mi ha detto: “Quello dell’altra volta, perché oggi c’era tanta confusione, l’altra volta è stato magico.”.
Ecco, la magia del teatro.

E’ la qualità che fa la differenza. Assistere ad un bello spettacolo è di per sé gratificante per la nostra anima, per questo dobbiamo abituarci a riconoscere il bello con tutti i nostri sensi.
Così come è possibile riconoscere la qualità di un vino iniziando ad annusarne gli odori, assaporando il gusto al apalato, oppure di una stoffa, tastandone la morbidenza o la resitenza con le dita, così anche per la bellezza, dobbiamo allenare i nostri sensi a riconoscerla e la nostra sensibilità a percepirla.
La bellezza si coglie con gli occhi o con gli altri sensi, ma si percepisce con la sensibiltà.



Non è mai troppo presto, né troppo tardi, per abituarci al bello. 
Oh, comunque io rimango peciona, eh? ;)